Se noi, in quanto esseri umani, fossimo completamente determinati, la scelta sarebbe un’illusione. Se la scelta fosse pura indeterminazione, ogni decisione sarebbe arbitraria. Tra questi due estremi si sviluppa una delle questioni fondamentali della filosofia.
La storia del pensiero occidentale può difatti essere letta come una lunga riflessione sul rapporto tra ciò-che-è e ciò-che-potrebbe-essere (o anche ciò-che-potrebbe-essere-stato, se si è in vena di rimpianti).
Ogni scelta nasce all’interno di uno spazio di possibilità: prendere una decisione tra le tante possibili implica la trasformazione di una potenzialità in una realtà, rinunciando contemporaneamente a tutte o ad alcune delle altre possibilità legate a quella specifica scelta.
Anche alcune delle più recenti teorie della scienza cognitiva, in particolare la Quantum Cognition, sembrano descrivere il processo decisionale proprio come l’evoluzione di un insieme di possibilità che si organizzano e si definiscono solo nell’atto della scelta.
In questa prospettiva, Aristotele, Kierkegaard, Heidegger e la Quantum Cognition non rappresentano mondi separati, ma diverse articolazioni di una medesima domanda: che cosa significa essere una possibilità?
Aristotele: la potenza come realtà incompiuta
Con Aristotele il concetto di possibilità assume una struttura ontologica rigorosa. La distinzione tra dýnamis (potenza) ed enérgeia(atto) non identifica due realtà separate, ma due modi dell’essere.
La potenza non è un semplice non-ancora, in quanto possiede una consistenza propria. Il seme non è non-ancora-albero, è realmente albero-in-potenza; il marmo contiene la possibilità della statua; il bambino possiede la possibilità di diventare adulto. Ma mentre in natura la potenza si attua per cause esterne, nell’uomo la scelta (prohairesis) è l’atto con cui la ragione e il desiderio collaborano per attualizzare una potenza specifica.
La potenzialità è quindi una tensione interna verso una forma, una realtà orientata, e la scelta – in quanto passaggio dalla molteplicità delle potenze all’attualizzazione di una di esse -interviene proprio come lo scioglimento di questa tensione.
Per Aristotele, tuttavia, la potenza non è infinita. Ogni essere possiede possibilità determinate dalla propria natura. La libertà non consiste nel poter diventare qualsiasi cosa, ma nel realizzare compiutamente le proprie potenzialità. L’atto non elimina la potenza: la porta a compimento.
Kierkegaard: la possibilità come vertigine della libertà
Con Kierkegaard il problema cambia radicalmente: la possibilità non riguarda più la natura delle cose, ma l’esistenza stessa dell’individuo.
L’essere umano vive costantemente davanti a possibilità incompatibili. Ogni decisione orienta o costruisce un’identità e, al contempo, elimina tutte le altre “direzioni” di vita che avremmo potuto vivere. Per questo motivo la possibilità genera angoscia. L’angoscia è esattamente la vertigine del possibile.
Per Kierkegaard l’angoscia non è la paura per qualcosa di tangibile e determinato, ma è l’inevitabile conseguenza della libertà. L’uomo sperimenta il fatto di poter scegliere.
La possibilità diventa così infinità-di-futuri-possibili, e la scelta non è un semplice calcolo razionale: è un salto nel vuoto e, allo stesso tempo, la rinuncia irrevocabile a tutte le altre possibilità. Tuttavia, il salto nel vuoto non è un’azione arbitraria o irrazionale in senso negativo, è piuttosto il passaggio da una “sfera” dell’esistenza all’altra (dalla vita estetica alla vita etica e infine a quella religiosa). In questa prospettiva, la scelta è ciò che fonda il sé, senza distruggerlo.
Heidegger: l’uomo come possibilità
Heidegger spinge ancora oltre questa intuizione . Nell’analisi dell’Esserci (Dasein), egli afferma che l’essere umano non possiede semplicemente delle possibilità: egli è possibilità. L’uomo non coincide mai completamente con ciò che è già, perché esiste sempre proiettandosi verso ciò che può diventare.
La struttura fondamentale dell’esistenza è quella del progetto (Entwurf). Ogni decisione rappresenta una configurazione provvisoria di un orizzonte aperto di possibilità: «Nell’Esserci c’è sempre ancora qualcosa che manca, qualcosa che può essere, ma non è ancora divenuto “reale”. Nell’essenza della costituzione fondamentale dell’Esserci si ha quindi una costante incompiutezza. La non-totalità significa una mancanza rispetto a poter-essere» (Heidegger, Essere e Tempo, p. 284, Longanesi, 1971).
La scelta autentica non consiste nell’aumentare il numero delle opzioni disponibili; al contrario, significa assumere responsabilmente una possibilità facendola propria.
Anche la morte assume qui un ruolo decisivo, rappresentando di fatto la possibilità estrema che rende finite tutte le altre: «All’Esserci è connessa una costante “non totalità”, a cui solo la morte pone termine. […] La fine dell’ente come Esserci è l’inizio di questo ente come semplice-presenza» (ivi, pp. 286-291).
Al concetto di scelta, Heidegger affianca quello di risolutezza (Entschlossenheit), che non è un singolo atto, è bensì un “abito”, è l’ascolto della voce autentica della coscienza, ed è proprio nella risolutezza che l’Esserci assume la propria finitezza (la morte) e sceglie autenticamente.
La Quantum Cognition e la geometria della possibilità
Negli ultimi decenni la scienza cognitiva ha incontrato difficoltà nel descrivere molti comportamenti decisionali attraverso i modelli classici della probabilità.
Fenomeni come gli effetti dipendentemente all’ordine delle domande, la violazione del principio di indipendenza, le interferenze cognitive e i cambiamenti contestuali delle preferenze mostrano che il pensiero umano non si comporta sempre secondo la logica della probabilità classica.
È in questo contesto che nasce la Quantum Cognition, la teoria che utilizza il linguaggio matematico della teoria quantistica per rappresentare gli stati cognitivi, con lo strumento fondamentale dello spazio di Hilbert.
Uno spazio di Hilbert può essere pensato come uno spazio geometrico astratto nel quale ogni possibile stato mentale è rappresentato da un vettore. Prima della decisione il soggetto non occupa necessariamente uno stato definito. Esso può essere rappresentato come una sovrapposizione di possibilità che non significa indecisione psicologica nel senso comune, indica piuttosto che il sistema cognitivo mantiene contemporaneamente aperte diverse configurazioni compatibili con le informazioni disponibili.
La domanda, il contesto, una nuova informazione o l’atto stesso della scelta agiscono matematicamente come operatori che trasformano quello stato.
La decisione corrisponde allora alla proiezione del vettore su uno specifico sottospazio dello spazio di Hilbert. Dopo la scelta, lo stato cognitivo cambia. Le probabilità future risultano modificate proprio dall’atto decisionale precedente. In questo senso la scelta non si limita a registrare una preferenza già esistente: contribuisce a costruire il nuovo stato del soggetto.
Appaiono quasi appropriate, a tal proposito, le parole di Umberto Eco, secondo il quale si può rinvenire «una nozione di possibilità che è diversa da quella di probabilità, perché non è più statistica e quantitativa ma qualitativa» (La combinatoria dei possibili, in Sugli specchi e altri saggi, p. 253, La nave di Teseo, 2018).
Tuttavia, il “quasi” è d’obbligo: la possibilità non è mai puramente qualitativa, poiché conserva sempre una componente statistica e matematica, sebbene questa non si cristallizzi mai in un dato di fatto definitivo. Né dunque totalmente quantitativa né interamente qualitativa: la possibilità, nel suo senso filosofico più estremo, è un’oscillazione continua tra questi due poli, dove l’uno rimodella inevitabilmente l’altro.
Un dialogo inatteso
A questo punto il parallelismo filosofico diventa sorprendente. Aristotele descrive la realtà come passaggio dalla potenza all’atto. La Quantum Cognition rappresenta matematicamente una pluralità di stati potenziali che vengono selezionati attraverso operatori decisionali. Kierkegaard vede nell’uomo una pluralità di vite possibili, la cui riduzione produce inevitabilmente angoscia. La Quantum Cognition mostra come le possibilità cognitive possano coesistere fino al momento della decisione. Heidegger interpreta l’esistenza come apertura progettuale verso possibilità future. Lo spazio di Hilbert rappresenta precisamente un orizzonte geometrico di configurazioni possibili, continuamente modificato dall’interazione con il mondo.
Naturalmente questi confronti richiedono cautela: Aristotele parla di ontologia, Kierkegaard analizza l’esistenza individuale, Heidegger descrive la struttura fondamentale dell’essere umano. La Quantum Cognition costruisce modelli matematici del comportamento cognitivo.
Sebbene queste quattro prospettive appartengano a livelli teorici differenti, esse condividono una medesima intuizione: la possibilità possiede una realtà che precede la decisione; e la scelta non è un semplice meccanismo di selezione, è un evento trasformativo.
La scelta come creazione del reale
La riflessione contemporanea mostra come la scelta non possa più essere interpretata esclusivamente come il risultato di un calcolo razionale tra alternative già determinate.
Ogni decisione modifica il soggetto che decide. Aristotele direbbe che realizza una potenza. Kierkegaard che costituisce il sé. Heidegger che proietta un nuovo modo di essere-nel-mondo. La Quantum Cognition descriverebbe matematicamente questa trasformazione come il passaggio da uno stato vettoriale a un nuovo stato nello spazio di Hilbert.
In tutti i casi, la possibilità non rappresenta un semplice vuoto da colmare, bensì costituisce la dimensione originaria entro cui prende forma l’esistenza.
Il significato più profondo della scelta forse consiste proprio in questo: il reale non è soltanto ciò che è già accaduto, ma anche l’insieme delle possibilità che hanno preceduto ogni atto e che, una volta scelta una via, continuano silenziosamente a definire il senso di ciò che siamo diventati.